4 ottobre – Gerard Piqué

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foto via Skysports.com

«Ho considerato l’idea [di lasciare la nazionale spagnola] e ritengo che la cosa migliore sia che io rimanga. Andarsene vorrebbe dire che quelle persone hanno vinto, quelle che pensano che la soluzione migliore sia fischiare e insultare. Non ho intenzione di dare loro questa soddisfazione»

Gerard Piqué

Il calciatore del Barcellona Gerard Piqué ha detto che continuerà a giocare nella nazionale di calcio spagnola, di cui fa parte dal 2009, nonostante abbia pensato di abbandonarla dopo essere stato fischiato e insultato da alcuni tifosi lunedì sera. «Andarsene vorrebbe dire che quelle persone hanno vinto, quelle che pensano che la soluzione migliore sia fischiare e insultare. Non ho intenzione di dare loro questa soddisfazione» ha detto Piqué.

Domenica, il Barcellona (una delle squadre più forti e vincenti del campionato di calcio spagnolo) ha giocato la partita casalinga contro Las Palmas a porte chiuse, per protestare contro i tentativi della polizia di spagnola di impedire lo svolgimento del referendum sull’indipendenza della Catalogna, referendum che il governo e la Corte costituzionale spagnola avevano dichiarato illegale. Poco dopo la partita, Piqué, visibilmente commosso, aveva criticato il governo spagnolo e aveva ribadito il suo sostegno di vecchia data al diritto dei Catalani a votare per la propria indipendenza. Aveva detto di sentirsi Catalano e si era dichiarato disposto a lasciare il suo posto nella nazionale spagnola se l’allenatore Julen Lopetegui lo avesse ritenuto necessario.

Lunedì sera, alcuni tifosi spagnoli si sono recati al centro Las Rozas, vicino a Madrid, dove la nazionale di calcio stava svolgendo una sessione di allenamento: a Piqué sono stati indirizzanti fischi e insulti; alcuni tifosi hanno esposto dei cartelli che lo intimavano a lasciare il team spagnolo.

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foto via Theguardian.com (Rafael Marchante/Reuters)

Secondo quanto riportato dal Guardian, Piqué ha quindi deciso di parlare apertamente del rapporto che lo lega alla nazionale spagnola, anche per evitare ulteriori fastidi ai compagni di squadra, «stanchi» di sentirsi rivolgere domande sul suo conto.

«Ho sempre considerato [la nazionale] una famiglia, fin dall’età di 15 anni: è una delle ragioni per cui sono qui» ha spiegato Piqué. «Il mio impegno nella nazionale è massimo. Sono molto orgoglioso di essere qui… La politica è un faccenda difficile, ma perché non dovrei dire la mia? Capisco quei giocatori che non vogliono pronunciarsi. Siamo calciatori ma siamo anche persone. Perché un giornalista o un meccanico possono dire la loro, mentre un calciatore no?»

«Sono a favore del diritto a votare della gente» ha continuato. «Hanno il diritto di votare sì, no, o astenersi. Io non sono in prima linea, non penso di essermi mai collocato da una parte o dall’altra, e la mia opinione non è così importante… Alcuni dicono che [la Catalogna] dovrebbe essere indipendente, alcuni dicono che dovrebbe tenersi un voto, alcuni dicono che non dovrebbe succedere niente. Tutti e tre i punti di vista sono leciti».

«La Spagna e la Catalogna sono come un padre e suo figlio diciottenne che vuole andarsene da casa. La Catalogna sente di essere trattata in maniera non ideale. La Spagna – e intendo il governo, non il paese – è come il padre e ha due opzioni: sedersi e parlarne, o lasciare che il figlio se ne vada. Ora si è tutto radicalizzato, [ma] sono certo che se parliamo si può raggiungere un’intesa».

Alla domanda su cosa abbia votato al referendum di domenica, però, Piqué ha evitato di rispondere direttamente. «È la domanda da un milione di dollari» ha detto il calciatore «non posso dare una risposta. Non posso sostenere una o l’altra fazione: perderei la metà dei miei sostenitori».

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