6 settembre – Dimitris Avramopoulos

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EU Commissioner Avramopoulos meets with German Interior Minister de Maiziere
foto via Politico.eu

«La porta è ancora aperta e dobbiamo convincere tutti gli stati membri a rispettare i loro impegni, ma dev’essere chiaro che è giunto il momento per tutti gli stati di dimostrare la loro solidarietà»

Dimitris Avramopoulos

Quest’oggi, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha respinto la richiesta avanzata da Slovacchia e Ungheria di annullare il provvidimento con cui, nel 2015, il Consiglio dell’Unione Europea stabilì lo spostamento di 120 mila richiedenti asilo, giunti in Italia o in Grecia, verso altri Stati membri dell’Unione Europea. Come si legge nella dichiarazione stampa della sentenza, «il meccanismo di spostamento non si è rivelato una misura manifestamente inappropriata per conseguire il suo obiettivo, aiutare l’Italia e la Grecia a fronteggiare la crisi migratoria del 2015».

Tuttavia, a un mese dalla conclusione del provvedimento, sono stati trasferiti appena 27 mila dei 120 mila previsti, numero poi ridotto a 54 mila. A tal riguardo, la Corte ha sottolineato che la cifra così bassa «può essere spiegata con cause che quando il Consiglio prese la decisione non poteva prevedere, come, in particolare, la mancanza di collaborazione da parte di certi Stati membri». Il riferimento è proprio alla Slovacchia e all’Ungheria, ma anche alla Polonia e alla Repubblica Ceca, che hanno accolti pochissimi o nessun richiedente asilo. Il sopracitato commissario europeo per l’immigrazione Dimitris Avramopoulos, commentando il verdetto, ha confermato che la Commissione europea sta valutando se condurre in tribunale questi ultimi tre paesi.

Sull’Ungheria, si è scagliato anche Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione. Nella sua lettera, pubblicata da Politico, al primo ministro ungherese Viktor Orbán, Juncker respinge la richiesta di finanziamenti per rinforzare la fronteria e gli ricordato le molteplici forme di solidarietà che l’Ungheria ha ricevuto dall’Unione Europea. Juncker conclude: «La solidarietà è una strada a doppio senso. Ci sono momenti in cui uno Stato membro può aspettarsi di ricevere supporto, e momenti in cui, invece, questo deve essere pronto a fornire il proprio contributo. E la solidarietà non è un piatto à-la-carte, che può essere scelto per controllare i confini, e scartato quando è necessario compiere con le decisioni sui trasferimenti che sono è congiuntamente prese».

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