16 luglio – Ozturk Yilmaz

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foto via Sozcu.com.tr

«Parliamoci chiaro: alcuni di quelli che sono in prigione al momento sono colpevoli perché sono effettivamente membri di Feto. Ma altri no. Questa non è più una democrazia»

Ozturk Yilmaz

Ieri cadeva l’anniversario esatto del tantato e fallito colpo di stato militare in Turchia. Il Presidente in carica, Recep Tayyip Erdoğan, per ricordare l’avvenimento e celebrare la sua vittoria, ha tenuto un discorso sul Bosforo, sul ponte che collega la sponda europea con la sponda asiatica di Istanbul, dove lo scorso anno un gruppo di civili si era opposto alle truppe rivoluzionarie.

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Recep Tayyip Erdogan parla durante la manifestazione sul ponte del Bosforo (foto via Theguardian.com/Afp)

Al termine di questo fine settimana, il Parlamento turco, per volontà del Presidente e del Primo Ministro Binal Yildirim, si appresta ad approvare l’estensione dello stato di emergenza di altri tre mesi. Una decisione che le opposizioni hanno ritenuto eccessiva, oltre che pericolosa, dal momento che le purghe del governo contro i presunti golpisti hanno portato all’arresto di oltre 50mila persone e al licenziamento di altre 150mila.

Nel corso delle celebrazioni di ieri, Erdogan ha attaccato in particolare Kemal Kilicdaroglu, leader del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), la principale forza di opposizione del Paese. Kilicdaroglu, infatti, non soltanto ha deciso di disertare le manifestazioni di ieri in favore del governo, ma ha anche più volte definito il colpo di stato dello scorso anno come un “golpe controllato”, lasciando intendere come tale avvenimento abbia finito per rendere il Presidente ancora più forte.

Inoltre, domenca scorsa, sempre Kilicdaroglu e il Chp avevano organizzato una grande marcia, chiamata “Marcia per la giustizia”, con lo scopo di protestare contro la detenzione di un deputato del partito, Enis Berberoglu, condannato a 25 anni di detenzione per aver fornito informazioni riservate al quotidiano d’opposizione Cumhurriet.

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Bandiere della Turchia e cartelli con scritto “Adalet” (Giustizia) durante la marcia del 9 luglio (foto via Repubblica.it/Ansa)

Oggi, il Corriere della Sera ha intervistato il deputato 47enne del Chp, Ozturk Yilmaz, che è anche il responsabile delle relazioni internazionali. Secondo Yilmaz, la Turchia sta perseguendo anche coloro che non hanno avuto ruolo nel golpe del 2016; un comportamento decisamente poco democratico. «Parliamoci chiaro: alcuni di quelli che sono in prigione al momento sono colpevoli perché sono effettivamente membri di Feto», ha detto il deputato, «ma altri no. Questa non è più una democrazia».

Riguardo alla marcia del 9 luglio organizzata dal suo partito, ne ha difeso gli obiettivi e la legittimità: «Noi abbiamo marciato da Ankara a Istanbul con una sola richiesta: adalet, giustizia. Non c’erano simboli politici proprio per unire tutti quelli che considerano lo stato di emergenza una non vita. Tanti giudici sono stati licenziati e anche tanti pm. I processi sono lenti e influenzati politicamente».

«Il 9 luglio il mio partito aveva portato in piazza due milioni di persone dopo una marcia di 3 settimane che ha avuto il consenso di parti diverse della società», ha detto Yilmaz, ribadendo l’attitudine democratica del suo partito, contrapposta all’autoritarismo del Presidente, «Erdogan per ripicca ha cercato di mostrare una folla più grande. I suoi discorsi ad Istanbul e ad Ankara non hanno lasciato alcuna possibilità al dialogo. Purtroppo lui non si comporta come il presidente di tutti ma solo di una parte».

Yilmaz e il Chp hanno una strategia per il futuro, che non prevede l’uso della violenza, ma credono di poter cambiare il sistema legittimamente. «Noi resisteremo pacificamente e non ci piegheremo alle intimidazioni. L’obiettivo è vincere le presidenziali del 2019, se tra due anni riusciamo a dire addio ad Erdogan potremo finalmente resettare il sistema in senso democratico» ha detto il deputato.

L’altro grande partito d’opposizione, il Partito Democratico dei Popoli (Hdp), è stato spesso accusato dal governo di avere rapporti con i terroristi del Pkk. Anche in questo caso, Yilmaz crede che si stiano usando due pesi e due misure: «Nessun partito deve avere contatti con gruppi terroristi. Però ci vogliono le prove per condannare qualcuno e finora non ne abbiamo viste. Ma loro a volte sono tiepidi nel condannare il terrorismo».

Il deputato del Chp ha anche poi spiegato perché sia lui che il leader del suo partito parlano spesso di “golpe controllato”: «Noi crediamo che Feto sia dietro al complotto ma facciamo notare che i seguaci di Gulen hanno lavorato insieme al governo per un sacco di tempo, fino al 2013. In Turchia metà della burocrazia è gulenista. Quindi c’è una responsabilità di chi ha consentito la crescita di Feto. E poi è innegabile che il governo ha capitalizzato il putsch con lo stato di emergenza e con il referendum del 16 aprile che dà a Erdogan poteri mai visti».

Pertanto, sia il governo che l’opposizione sembrano avere pochi dubbi sulle responsabilità di Gulen e della sua organizzazione, Feto, nel golpe del 2016. Tuttavia, Yilmaz e i suoi non credono che Gulen sia il problema principale della Turchia, «la crisi è totale» afferma il deputato al termine della sua intervista.

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