15 luglio – Recep Tayyip Erdoğan

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foto via Aljazeera.com

«Aver resistito al colpo di stato segna un punto di svolta nella storia della democrazia; sarà una fonte di fiducia e ispirazione per tutti i popoli che vivono sotto dittature. Sfortunatamente gli alleati della Turchia, in particolare i nostri amici occidentali, non hanno saputo apprezzare appieno il significato di ciò che è accaduto […] L’ipocrisia e il doppio standard hanno profondamente turbato il popolo turco […] Oggi, i leader occidentali possono scegliere se essere solidali con i terroristi o riguadagnarsi il favore del popolo turco»

Recep Tayyip Erdoğan

Cade oggi il primo anniversario dello sventato colpo di stato in Turchia. A Istanbul e Ankara si stanno svolgendo «marce per l’unità nazionale». Sul ponte di Istanbul sul Bosforo, dove l’anno scorso i civili si opposero alle truppe golpiste, Recep Tayyip Erdoğan terrà un discorso e svelerà il memoriale per i martiri di quel giorno, in ricordo dei quali il ponte cambierà nome. È salito a 7000, invece, il numero di dipendenti pubblici licenziati per presunti legami con il gruppo che ha tentato il golpe, e non si fermano le proteste contro il governo di Erdoğan.

Questa mattina il The Guardian, ha pubblicato un articolo scritto dal presidente: «La Turchia, un anno dopo il tentato golpe, difende i valori democratici». Erdoğan ha esordito ricordando «i milioni di cittadini turchi che hanno lasciato da parte le loro differenze politiche, culturali ed etniche per formare un fronte unito contro i golpisti». I militari, che avrebbero riportato il paese alle condizioni politiche tra gli anni Sessanta e Novanta, si sono però schiantati «contro un muro fatto di un decennio di progressi in politica, economia, sanità, giustizia, affari esteri e diritti fondamentali», eretto dal 2002 dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP). Nell’unione del popolo con il governo Erdoğan ha indicato «l’estrema misura della resilienza della nostra democrazia e la più forte garanzia della sua sopravvivenza».

Perciò il colpo di stato segna un «momento di svolta nella storia della democrazia». Tuttava, lamenta il presidente turco, gli alleati della Turchia sono stati «incapaci di apprezzare pienamente il suo significato» e hanno preferito aspettare l’esito del colpo di stato piuttosto che dare l’appoggio al suo governo democraticamente eletto. Si è trattato di «ipocrisia e doppio standard»: per aggiungere l’insulto all’ingiustizia, come egli scrive, alcuni paesi alleati hanno dato asilo ai membri del gruppo di Fethullah Gülen, FETÖ, che si presume abbia organizzato il colpo di stato. Dunque, a un anno esatto da quell’evento, «i leader occidentali possono scegliere se essere solidali con i terroristi o riguadagnarsi il favore del popolo turco».

Erdoğan ha respinto le critiche per lo stato di emergenza ancora in vigore, sia perché altri paesi avrebbero fatto lo stesso per minori minacce, sia perché la FETÖ si sarebbe infiltrata in tutti i livelli delle istituzioni pubbliche e starebbe rallentando i procedimenti giudiziari. La Turchia, conclude il presidente, «è impegnata a mantenere la giustizia» e «ha istituito una commissione indipendente per rivedere i casi di ex-pubblici ufficiali che hanno contestato i loro licenziamenti. Il nostro obiettivo è perseguire i criminali con tutti gli strumenti previsti dalla legge, fortificando, al contempo, la resistenza del nostro paese a futuri attacchi».

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