18 maggio – Kevin McCarthy

GOP Meeting
foto via Huffingtonpost.com

“È stato un tentativo di umorismo andato male. Non stupisce che il Washington Post abbia provato a trasformare questo in una breaking news”
Kevin McCarthy

In un breve messaggio su Twitter, il Leader di Maggioranza del Partito Repubblicano alla Camera dei Rappresentanti, il deputato della California Kevin McCarthy ha replicato alle rivelazioni pubblicate oggi dal Washington Post, secondo cui Trump sarebbe pagato da Putin.

Il maggiore quotidiano della capitale, infatti, riporta di una conversazione privata avvenuta a Capitol Hill tra McCarthy e altri esponenti del Partito Repubblicano, tra cui lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, il deputato del Wisconsin Paul Ryan, di cui ci sarebbe una registrazione già ascoltata e verificata dal Washington Post medesimo.

E’ il 15 giugno 2016, Donald Trump ha appena vinto le Primarie del Partito Repubblicato ed è in attesa di ricevere la nomination ufficiale come candidato alla presidenza alla Convention del Partito (19 luglio). Il giorno precedente era avvenuto il celeberrimo attacco informatico contro la Commissione Nazionale del Partito Democratico, con il furto delle email e delle comunicazioni private dei vari membri, che era stato attribuito dai servizi di intelligence agli hacker russi.

Durante questa riunione, il deputato McCarthy avrebbe detto: “Ci sono due persone che penso Putin paghi: Rohrabacher e Trump”. Dana Rohrabacher è un altro deputato del Partito Repubblicano, originario della California, e conosciuto nel panorama politico americano per essere un fervente sostenitore di Putin e un ammiratore della Russia.

Alla frase di McCarthy, sempre secondo le registrazioni in possesso del Washington Post, gli altri repubblicani presenti si sarebbero messi a ridere, ma lui aveva aggiunto: “Giuro su Dio”. Dopo una pausa, infine, sarebbe intervenuto Paul Ryan, dicendo: “Questo è tutto off the record. Non deve arrivare niente alla stampa, ok? Così sappiamo di essere una famiglia”; bloccando di fatto ogni ulteriore intervento di McCarthy e ordinando ai propri compagni di partito di non farne parole con nessuno.

Al momento, non è possibile accertare quale sia la rilevanza attribuibile alla frase pronunciata da McCarthy. Tuttavia, è bene precisare che essa non fu motivata da informazioni di intelligence, bensì da una conversazione avuta proprio quel pomeriggio con il Primo ministro ucraino Vladimir Groysman. Questi, infatti, aveva a lungo parlato ai deputati repubblicani della tattica usuale del Cremlino di finanziare diversi politici populisti per controllare, danneggiare e indebolire le istituzioni democratiche in Europa, soprattutto nei Paesi ex-sovietici.

La questione del diretto coinvolgimento della Russia nell’attacco hacker al Partito Democratico e gli incontri con Groysman, pur non rappresentando un elemento probatorio, fanno capire quanto la questione dei rapporti tra Trump e la Russia impensierisse parecchio persino i capi del Partito Repubblicano.

Come riporta l’autore dell’articolo, Adam Entous, quando il Washington Post ha cercato di mettersi in contatto con gli uffici di McCarthy e di Ryan per rendere loro conto della riunione del 15 giugno, questi hanno negato che la conversazione fosse avvenuta proprio secondo quei termini, accusando il giornalista di essersela inventata. Quando poi il quotidiano ha affermato di essere in possesso della trascrizione della riunione, Ryan e McCarthy hanno suggerito che anche la trascrizione fosse inventata o, comunque, modificata ad hoc. Infine, quando Entous ha ammesso di avere la registrazione audio originale di quel pomeriggio e di averla trascritta, Ryan e McCarthy si sono difesi, dicendo che le loro affermazioni erano solamente uno scherzo, una battuta che il Washington Post aveva male intepretato.

Ecco, quindi, una nuova tegola contro il Presidente Donald Trump, in un periodo molto critico che lo vede coinvolto sia direttamente che indirettamente in un’indagine proprio riguardante i rapporti suoi e del suo entourage con i servizi di intelligence della Russia. Il diretto interessato si è difeso su Twitter, prima affermando che contro di lui si è scatenata “la più grande caccia alle streghe contro un politico nella storia americana”, aggiungendo poi che “con tutti gli atti illegali avvenuti nella campagna elettorale di Clinton e sotto l’amministrazione Obama, non è mai stato nominato un commissario speciale”.

Il commissario speciale di cui parla Trump è Robert S. Mueller III, l’ex direttore dell’Fbi, a cui il Dipartimento di Giustizia ha affidato l’incarico di guidare e supervisionare la delicata indagine riguardante i rapporti Trump-Russia. In una nota ufficiale, il Presidente ha rassicurato del fatto che “le indagini dimostreranno che non c’è stata nessuna collusione tra la mia campagna e alcuna entità straniera”. Ha poi proseguito: “Non vedo l’ora che questa vicenda si chiuda velocemente. Nel frattempo non smetterò mai di combattere per la gente e per le questioni che più interessano il futuro del nostro paese”.

Solitamente, la nomina di un procuratore speciale può essere considerata un passaggio preliminare alla procedura di “impeachment”. Tuttavia, solitamente è la Camera dei Rappresentanti a inoltrare al Dipartimento di Giustizia la richiesta di nominare lo “special counselor”. In questo caso, inece, la richiesta è partita in seno all’amministrazione Trump, dallo stesso Dipartimento di Giustizia, anche se non per volontà del ministro Jeff Sessions, che è a sua volta sfiorato dai sospetti sul Russiagate, ma del suo vice Rod Rosenstein.

La Casa Bianca, in questo senso, vorrebbe dare un segnale di credibilità e di indipendenza nella gestione di un’inchiesta che, fino a questo momento, è stata contrassegnata da numerose polemiche, non da ultimo il licenziamento del Direttore dell’Fbi, James Comey.

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Ricostruzione degli eventi (foto via Washingtonpost.com)

Il Russiagate, del resto, si arricchisce di elementi scottanti giorno dopo giorno, in una spirale potenzialmente distruttiva per il Presidente Trump. Oggi, su Reuters, alcuni ufficiali americani hanno rivelato che l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn, assieme ad altri consiglieri elettorali di Trump, erano in contatto con ufficiali e membri del governo russo. In totale, sarebbero almeno 18 i contatti, tra email e telefonate, avvenuti nel corso degli ultimi 7 mesi della campagna elettorale.

Di questi 18 contatti, 6 sarebbero delle chiamate tra Sergei Kislyak, l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, e lo stesso Flynn, i cui rapporti sarebbero aumentati dopo l’8 novembre, con l’obiettivo di creare un canale di comunicazione secondario tra Putin e Trump, scavalcando l’intelligence e la burocrazia americana, che entrambi ritenevano ostili.

A rendere ancora più complessa la situzione sia di Flynn che dell’entourage di Trump, è l’indiscrezione di ieri del New York Times, secondo cui Flynn aveva avvisato la squadra di governo di Trump di essere sotto inchiesta settimane prima dell’inaugurazione della Presidenza. La polizia federale, infatti, stava indagando sui rapporti tra la Turchia e Flynn medesimo, ipotizzando che quest’ultimo fosse stato profumatamente pagato per svolgere attività di lobbying a favore del Paese di Erdogan all’interno del governo americano.

Precedentemente, la senatrice democratica ed ex-Ministro della Giustizia Sally Yates, in un’audizione al Senato, aveva dichiarato di aver avvisato Trump e i suoi uomini di non nominare Flynn come Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Quest’ultimo, secondo le dichiarazioni della Yates, aveva mentito pubblicamente riguardo ai suoi rapporti con la Russia ed era potenzialmente ricattabile dai vertici del Cremlino. Accuse che, neanche tre settimane dopo la sua nomina, hanno costretto Flynn alle dimissioni.

 

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