17 maggio – Chelsea Manning

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foto via Theguardian.uk (HO/AFP/Getty Images)

“Dopo altri quattro mesi carichi di ansia e di attesa, il giorno che ho aspettato tanto a lungo è finalmente arrivato. Qualunque cosa mi attenda sarà molto più importante del passato. Solo ora capisco quel che mi sta capitando, è emozionante, strano, divertente, e tutto nuovo per me”

Chelsea E. Manning

Gli avvocati di Chelsea Manning hanno annunciato che la soldatessa americana è stata rilasciata quest’oggi dal carcere militare di Fort Leavenworth, in Kansas.

Manning fu arrestata nel maggio 2010, mentre era in sede come analista di intelligence in Iraq, con l’accusa di aver diffuso documenti militari altamente riservati. La procura militare la giudicò colpevole di 20 capi d’imputazione, ma l’assolse da quello di connivenza con il nemico, per il quale la pena può essere la morte.

Manning, quindi, è condannata a 35 anni di prigione. Poco dopo l’incarcerazione, ha intrapreso un procedimento legale per il riconoscimento della sua disforia di genere e ha iniziato anche il processo per il cambiamento di sesso, grazie al quale è diventata donna. Lo scorso gennaio, l’ex-presidente Barack Obama, tre giorni prima della fine del suo mandato, ha commutato la pena di Manning che, dopo sette anni, è stata finalmente liberata.

Come ha precisato al The Guardian una delle sue avvocatessee, questo non pone fine alla vicenda: “La gente pensa che soltanto perché uno è stato rilasciato il suo ricorso sia finito. Il resto del suo caso, tuttavia, è ancora da svolgere e noi vogliamo pulire il suo nome. È stata accusata di crimini che io non credo abbia commesso e l’intera azione giudiziara contro di lei è stata ingiusta”. Né la sua liberazione toglie che le condizioni in cui Chelsea Manning è stata detenuta siano state denunciate come contrarie ai diritti umani.

I moltissimi documenti che Manning ha passato a WikiLeaks testimoniano crimini di guerra commessi dalle truppe americane in Iraq e in Medio Oriente. Ad esempio, grazie a lei venne rivelato il video noto con il titolo di “Collateral Murder”, nel quale due elicotteri americani fanno fuoco su civili inermi, pretestuosamente ritenuti armati.

Qualche mese fa, Julian Assange, fondatore e direttore di WikiLeaks, in un’intervista che abbiamo tradotto, riteneva che la commutazione della pena fosse una “vittoria strategica” per la sua testata. Anzitutto, spiegava che la condanna, così “estrema”, “senza precedenti”, puntava a “scoraggiare altri pentiti dal diventare nostre fonti” e a far sì che  “chi lavora per gli Stati Uniti abbia paura a diffondere informazioni sugli abusi commessi dalle forze armate americane”. Viceversa, la concessione della grazia a Manning “significa che adesso trasmettere informazioni a WikiLeaks non costa più 35 anni ma al massimo sette”. Sicché, concludeva, la liberazione di Manning “è una vittoria per la stampa come istituzione”.

Di diverso avviso è l’avvocato David Coombs, un altro dei difensori di Manning. Questi ha scritto che non c’è nulla da celebrare: “dovrebbe essere un giorno di pura gioia per me, ma non lo è. È una giornata che mi fa riflettere su quanto profondamente il sistema di giustizia militare possa pervertirsi”.

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