3 maggio – Jan Egeland

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foto via Twitter

“Sono profondamente scioccato da quello che ho visto e sentito qui, nello Yemen colpito dalla guerra e dalla fame”

Jan Egeland

Jan Egeland, Segretario Generale del Consiglio Norvegese per i Rifugiati, ha visitato in questi giorni le principali città dello Yemen e ha descritto la situazione drammatica in cui versa il Paese, teatro dal 2015 di una sanguinosa guerra civile.

“Il mondo sta lasciando che 7 milioni di uomini, donne e bambini vengano inghiottiti, lentamente, dalla fame” denuncia Egeland, “non si tratta di siccità, che è un evento casuale. Questa evitabile catastrofe è colpa dell’uomo dall’inizio alla fine”.

L’Onu ha stimato che circa 19 milioni di persone, su un totale di 27, necessitano di una qualche forma di auto umanitario. Il prezzo dei beni di prima necessità è aumentato di circa un terzo nel corso degli ultimi due anni e gran parte della popolazione fatica persino a sopravvivere. Come riporta lo stesso Egeland: “Ho incontrato insegnanti, operatori sanitari, ingegneri e altri dipendenti pubblici che non venivano pagati da almeno 8 mesi e che lottano per sopravvivere”.

Si ritiene che un numero stimato di 7 milioni di persone viva in uno stato di profonda emergenza, appena sotto il livello di carestia, secondo l’indice internazionale ufficiale IPC (Integrated food security Phase Classification), con almeno altri 10 milioni in crisi. I numeri riflettono un aumento del livello della fame pari al 21% soltanto rispetto al giugno 2016.

“Questo mese, gli sforzi umanitari guidati dal World Food Programme possono sfamare soltanto 3 dei 7 milioni di yemeniti sull’orlo della carestia”, ha affermato Egeland, che ha poi definito questa situazione “un gigantesco fallimento della diplomazia internazionale”. La guerra civile in corso, infatti, non soltanto è la causa scatenante della crisi alimentare, ma è anche il principale ostacolo alla sua soluzione.

In particolare, Egeland si riferisce al porto di al-Hudayda (o Hodeida), in questo momento nelle mani dei ribelli Huthi, attraverso cui giunge la quasi totalità degli aiuti umanitari. “La coalizione militare a guida saudita e sostenuta dall’Occidente”, ha detto il Segretario dell’Nrc, “ha minacciato di attaccare il porto, il che rischierebbe di distruggere la via di rifornimento per milioni di civili”.

Nei giorni scorsi, era stato preventivato un attacco militare saudita diretto contro al-Hudayda, con il sostegno materiale degli Usa. Il Segretario alla Difesa James Mattis aveva ricevuto una lettera bipartisan firmata da 55 rappresentanti del Congresso, chiedendo che ogni eventuale escalation militare in Yemen dovesse ottenere prima l’approvazione decisiva da parte dell’organo legislativo. Fonti saudite avevano, invece, riportato che gli Huthi “stanno adoperando il porto come base per importare armi e razzi”.

Secondo l’Onu, la distruzione del porto avrebbe effetti devastanti, dal momento che l’80% delle importazioni dello Yemen giunge attraverso al-Hudayda e che il 90% del cibo consumato nel Paese viene importato.

Come detto in precedenza, il porto è in mano agli Huthi, una tribù zaydista, quindi di religione islamico sciita, originaria del Nord del Paese. Nel settembre 2014, questa tribù aveva avviato una vasta ribellione contro ‘Abd Rabbih Mansur Hadi, che governava lo Yemen dal 2012, dopo aver vinto le elezioni con il 99,8% dei voti, denunciandone l’illegittimità e sostenendo, invece, l’ex-Presidente ‘Ali ‘Abd Allah Saleh.

La conquista della capitale Sana’a da parte dei ribelli Huthi, nel gennaio 2015, e il conseguente attacco al Palazzo Presidenziale, aveva costretto Hadi prima alle dimissioni e poi alla fuga, trovando riparo a Ryad, capitale dell’Arabia Saudita. L’avanzata dei ribelli si era poi spinta verso le regioni orientali dello Yemen, raggiungendo la città di Aden, situata presso lo stretto cruciale di Bal al-Mandab, dove il Mar Rosso sfocia nell’Oceano Indiano.

Di fronte alla possibile disfatta delle tribù sunnite, che rappresentano la maggioranza della popolazione e che erano rimaste fedeli ad Hadi, e dell’esercito regolare ormai allo sbando, nel marzo 2015, l’Arabia Saudita ha deciso di intervenire direttamente nel conflitto.

Il Re Salman bin Abd al-Aziz al Saud, su consiglio del figlio Mohammad bin Salman, vice Principe ereditario, vice Primo Ministro e Ministro della Difesa della monarchia saudita, si è posto alla testa di una coalizione internazionale di Paesi sunniti per sconfiggere gli Huthi. Alla coalizione hanno partecipato, oltre all’Arabia Saudita, anche gli Emirati Arabi Uniti, la Giordania e il Pakistan, mentre Egitto, Sudan, Qatar e Kuwait hanno offerto un appoggio diretto di tipo prevalentemente aereo.

Gli Stati Uniti, invece, pur non partecipando attivamente agli attacchi aerei, hanno però sostenuto copiosamente l’iniziativa saudita. Innanzitutto, con attività di intelligence. In secondo luogo, vendendo a Ryad armi per miliardi di dollari. In terzo luogo, fornendo assistenza logistica e rifornimento alle unità impegnate nel combattimento.

Se da una parte, Ryad e la sua coalizione appoggiavano le tribù sunnite con bomardamenti aerei che hanno colpito anche la capitale Sana’a, dall’altra l’Iran, il più grande stato sciita al mondo, nonché principale rivale geopolitico dell’Arabia Saudita, ha sostenuto finanziariamente e bellicamente gli Huthi. In questo modo, la guerra civile in Yemen si è trasformata in un perfetto esempio di proxy war, ossia di una guerra per procura, in cui i due maggiori attori geopolitici del Golfo Persico, ossia Arabia Saudita e Iran, cercano di sfruttare le lotte intestine alla società yemenita per i propri interessi.

La situazione è tanto intricata da aver spinto una persona pragmatica quale il Cancelliere tedesco Angela Merkel, in questi giorni in visita ufficiale a Ryad, a ritenere che “non penso che ci possa essere una soluzione militare al conflitto”.

Non è dello stesso avviso, tuttavia, Donald Trump che, da quando si è insediato alla Casa Bianca a gennaio, ha dato il via a un aumento netto dei bombardamenti con i droni. Il Pentagono ha confermato che, a partire dal 28 febbraio, sono almeno 70 gli attacchi effettuati dai droni sul suolo yemenita; oltre il doppio di quelli condotti nell’intero 2016.

Obiettivo principale dell’offensiva americana è l’Aqap (Al Qaida in the Arabian Peninsula), ossia il terrorismo islamico, che ha trovato terreno fertile per espandersi in Yemen.

Ecco quindi che, in uno scenario in cui sono coinvolti contemporaneamente così tanti Paesi e così tanti interessi, l’appello di Egeland di “non gettare altra benzina sul fuoco, abbiamo bisogno di una tregua, di seri colloqui di pace e di assistenza per 19 milioni di persone” rischia di rimanere inascoltato.

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