27 aprile – Delcy Rodriguez

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 foto via Lantidiplomatico.it

“L’Osa ha insistito con le sue azioni intrusive contro la sovranità della nostra patria e dunque procederemo a ritirarci da questa organizzazione”

Delcy Rodriguez

Il governo del Venezuela ha deciso di avviare le pratiche per ritirarsi dall’Organizzazione degli Stati Americani (Osa). Il Ministro degli Esteri venezuelano, Delcy Rodriguez, ha oggi annunciato che presto presenterà una richiesta formale all’Osa per iniziare le procedure di uscita, che comunque dureranno almeno 24 mesi.

L’Organizzazione degli Stati Americani è un’organizzazione internazionale a carattere regionale. Fondata nel 1948, essa comprende 35 Paesi del continente americano e ha sede a Washington. Essa è il principale forum politico per il dialogo e la cooperazione multilaterale su obiettivi comuni, quali il mantenimento della pace, la difesa della democrazia, la tutela dei diritti umani e il miglioramento del benessere economico e sociale. Cuba vi era stata sospesa come membro nel 1962, per poi essere reintegrata nel 2009. Nello stesso anno, era stato sospeso anche l’Honduras, per poi essere riammesso nel 2011. Il Venezuela sarebbe, quindi, il primo Paese a lasciare volontariamente l’organizzazione.

La decisione era stata anticipata dal Presidente Nicolas Maduro con un breve messaggio pubblicato sul suo account Twitter, in cui annunciava “un passo gigante per rompere con l’interventismo imperiale”.

Nel corso della sua dichiarazione, il Ministro Rodriguez ha descritto l’Osa come un’organizzazione strettamente legata al governo degli Stati Uniti, Paese che il Venezuela socialista ritiene da sempre il suo principale nemico. Infatti, sempre secondo la Rodriguez, Washington starebbe cercando di intromettersi nella politica interna di Caracas, servendosi proprio dell’Osa come strumento per mettere pressioni sulla Repubblica Bolivariana e trasformarla in un governo “amico”.

La decisione del governo venezuelano sembra essere una ritorsione con un’organizzazione, l’Osa, che ultimamente ha preso spesso posizione contro il Presidente Maduro. In un’intervista a BBC Mundo, Luis Almagro, segretario generale dell’Osa, aveva definito il Venezuela una “dittatura” e chiesto l’elezione di “un nuovo governo con legittimità democratica”.

Il 23 marzo scorso, una dichiarazione congiunta firmata da quattordici Paesi affermava: “Giudichiamo che debba essere trattata in maniera prioritaria la liberazione dei prigionieri politici, il riconoscimento della legittimità delle decisioni dell’Assemblea Nazionale in conformità con la Costituzione e la creazione di un calendario che includa le elezioni che sono state rinviate”. Il testo era stato firmato da Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Stati Uniti, Guatemala, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Uruguay.

Pochi giorni dopo, lo stesso Luis Almagro aveva pubblicato un rapporto di 75 pagine sulla situazione politica in Venezuela. Il report dipingeva il Paese come uno stato dittatoriale, in cui era necessaria una separazione dei poteri, il rispetto dello stato di diritto e delle istituzioni democratiche, nonché nuove elezioni da svolgersi al più presto e con la presenza di osservatori internazionali.

Tuttavia, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è la decisione assunta ieri dal Consiglio Permanente dell’Osa di organizzare una riunione tra i propri Ministri degli Esteri per discutere di ciò che sta accadendo nella Repubblica Bolivariana. La risoluzione è stata approvata dalle rappresentanze di Argentina, Bahamas, Barbados, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Stati Uniti, Honduras, Giamaica, Guatemala, Guyana, Messico, Panama, Paraguay, Perù, Saint Lucia e Uruguay.

https://twitter.com/OAS_official/status/857361747908415488/video/1

Il Venezuela si trova, dunque, diplomaticamente isolato sia sul piano regionale che su quello internazionale. L’ultimo tentativo di Caracas di spezzare, almeno parzialmente, il suo isolamento è stata la convocazione di un vertice straordinario dei Ministri degli Esteri della Celac (Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi), un’organizzazione regionale dei Paesi del continente americano, di cui non fanno parte Canada e Stati Uniti. Il vertice si terrà il 2 maggio a San Salvador, ma la frattura sembra ormai insanabile.

Sul fronte interno, la situazione è ancor più drammatica. Dopo la prematura morte di Hugo Chavez, il grande ideatore della Revolution Bonita, la legittimità del governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela, ora nelle mani di Nicolas Maduro, è andata progressivamente scemando.

Innanzitutto, la grave crisi economica, causata dal calo del prezzo del petrolio, attorno a cui ruota la stragrande maggioranza della produzione nazionale e del commercio estero di Caracas. In secondo luogo, un’inflazione quasi inarrestabile, che ha toccato il livello record dell’800% su base annua. In terzo luogo, una devastante carestia, che ha praticamente ridotto il Paese alla fame, con i negozi di alimentari che venivano presi letteralmete d’assalto.

L’emorragia di consensi verso il Presidente Maduro è costata al Partito Socialista Unito del Venezuela la perdita della maggioranza nell’Assemblea Nazionale, il principale organo legislativo del Paese. Infatti, nelle elezioni del 6 dicembre 2015, il Tavolo dell’Unità Democratica (Mud), la coalizione di centro-destra, ha ottenuto 112 seggi su 167.

Considerato il principale responsabile della crisi umanitaria e della carestia nel Paese, l’Assemblea aveva votato per mettere il Presidente in stato d’accusa. Tuttavia, la Corte Suprema venezuelana, il massimo organo giudiziario del Paese, composta in maggioranza da uomini del partito di Maduro, aveva emesso una sentenza che esautorava, di fatto, il Parlamento, conferendo pieni poteri a Maduro e abolendo l’immunità per i deputati. “Siccome il Parlamento si ribella e oltraggia le deliberazioni del presidente, le sue competenze saranno esercitate direttamente dal Tribunale supremo” si legge nelle motivazioni della sentenza. La decisione era stata successivamente revocata dalla Corte, su ordine dello stesso Maduro.

Tutto ciò ha contribuito a creare una situazione esplosiva, che infatti è sfociata in una grande protesta popolare con manifestazioni di violenza a Caracas e nelle altre province del Venezuela. Dall’inizio di aprile, sono state 29 le vittime causate da questa rivolta. Sotto accusa, oltre alla Guardia Nazionale, rea di aver usato metodi violenti in maniera indiscriminata contro i manifestanti, sono i “colectivos”. Questi ultimi sono un gruppo paramilitare filo-governativo, composto da civili armati che si muovono in gruppo, a bordo di motociclette, e seminano il terrore nelle città, sparando e uccidendo i presunti oppositori.

Mentre il governo e l’opposizione si accusano reciprocamente di essere i responsabili della violenza, il Venezuela sembra sempre più avviato verso la guerra civile.

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