18 aprile – Theresa May

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foto via Thedailymash.co.uk

“Ho appena presieduto una riunione del Gabinetto e abbiamo concordato che il governo indirà le elezioni generali per il prossimo 8 giugno”

Theresa May

Parlando da Downing Street, il Primo Ministro inglese Theresa May ha annunciato a sorpresa la decisione, maturata al termine del Consiglio dei Ministri di questa mattina, di andare a elezioni anticipate. “Il solo modo per avere successo e sostegno nei prossimi anni è andare alle elezioni, quindi domani presenterò una mozione alla Camera dei comuni per il voto l’8 giugno”.

Nella giornata di domani, la Camera dei Comuni dovrà, pertanto, votare sulla mozione di proposta di elezioni anticpate che, per essere approvata, necessita di una maggioranza dei due terzi dei deputati. Nonostante il Partito Conservatore possa contare su una maggioranza molto risicata di circa 17 deputati, il voto finale si prevede essere una semplice formalità.

Jeremy Corbyn, leader del Partito Laburista, maggiore forza di opposizione nel Paese, ha accolto la notizia con entusiasmo: «Sono lieto della decisione della premier di dare ai cittadini britannici la possibilità di votare per un Governo che metterà al primo posto gli interessi della maggioranza. Il partito laburista offrirà una vera alternativa al Governo attuale».

Decisamente più fredde sono state le reazioni a Edimburgo e a Belfast. Nicola Sturgeon, Primo Ministro scozzese, ha commentato su Twitter dicendo che “i conservatori vedono la possibilità di spostare il Regno Unito a destra, far passare una Brexit dura e imporre nuovi tagli”. Colum Eastwood, invece, leader del Partito Social-Democratico e Laburista dell’Irlanda del Nord e capo dell’opposizione, sempre su Twitter ha  affermato che la scelta delle elezioni, in un momento in cui Belfast si trova senza un governo ufficiale in carica, dimostra la totale noncuranza del governo di Theresa May.

Al centro di tutto c’è la Brexit. La Gran Bretagna, dopo il referendum del 23 giugno scorso, ha deciso di attivare l’articolo 50 del Tue (trattato sull’Unione Europea) per abbandonare in via definitiva l’Unione Europea. Nei prossimi mesi, si svolgeranno i negoziati tra Bruxelles e Londra per definire le clausole, i tempi e i modi della separazione.

La debole maggioranza di cui dispongono i Conservatori e le divisioni interne a Westminster sono state il motivo principale che ha spinto il Premier May alla “riluttante conclusione” che non è possibile attendere il regolare termine della legislazione previsto per il 2020, ma che “l’unico modo per garantire la sicurezza e la stabilità per i prossimi anni sia attraverso nuove elezioni”.

L’unico modo per intraprendere una Brexit forte e decisa, nel pieno rispetto degli interessi nazionali, che vedono il Regno Unito sempre più lontano dall’Europa per abbracciare una politica più globale, rinsaldando cioè i legami col Commonwealth e con l’Anglosfera, è attraverso un governo saldo e con una maggioranza stabile.

Theresa May sa bene che questo risultato è alla sua portata. Infatti, secondo il parere quasi unanime dei maggiori sondaggisti britannici, il Partito Conservatore avrebbe circa 20 punti percentuali di vantaggio nei confronti del suo maggior rivale, il Partito Laburista. Questo consentirebbe ai Tories di ottenere una maggioranza piuttosto cospicua alla Camera dei Comuni, ridimensionando parecchio la presenza dei laburisti, già piuttosto indeboliti e divisi al loro interno, e lasciando soltanto le briciole a un Partito Liberal-Democratico ormai in caduta libera di consensi.

Se sul fronte interno Theresa May ha fatto bene i suoi conti, indicendo delle elezioni che, salvo clamorose sorprese, dovrebbero non solo riconfermarla a Downing Street, ma anche concederle un potere negoziale molto ampio nei confronti dell’Europa, sul fronte esterno, invece, il Regno Unito appare sempre piu in preda a spinte centrifughe.

Come affermato in precedenza, a Edimburgo e a Belfast tale decisione non è stata accolta favorevolmente. Non bisogna dimenticare, infatti, che sia Scozia che Irlanda del Nord, a differenza di Inghilterra e Galles, avevano votato ampiamente a favore del “Remain” al referendum dello scorso giugno.

A questo punto, due potrebbero essere le conseguenze a breve termine innescate dalla decisione odierna. La prima, ampiamente prevedibile, con la Scozia che potrebbe decidere di velocizzare le pratiche per indire un nuovo referendum sulla propria indipendenza. La seconda, meno scontata, con l’Irlanda del Nord che potrebbe seriamente decidere di fare anch’essa un passo indietro e pregiudicare gli Accordi del Venerdì Santo, il trattato politico su cui si fonda il delicato rapporto trilaterale tra Londra, Belfast e Dublino.

Insomma, ogni passo avanti verso la Brexit sembra accompagnare sempre più la disgregazione del Regno Unito.

7 comments

    1. La fine del vecchio Impero coloniale, marittimo e commerciale della Gran Bretagna.
      L’inizio del nuovo Impero a-territoriale, globale e finanziario di Londra.

      1. Non so. Dubito che la politica isolazionista possa giovare all’economia britannica soprattutto se l’Europa a questo punto dovesse imporre dazi sulle importazioni di merci inglesi e considerando anche la forte crescita dei paesi emergenti

      2. Il Regno Unito ha tanti amici al di fuori dell’Europa. Innanzitutto, gli Stati Uniti, poi il Commonwealth (Canada, Australia, Nuova Zelanda) e, infine, la Cina, che sta investendo molto forti nelle imprese e nel sistema finanziario inglese. Proprio quest’ultimo è la carta vincente di Londra, che puó contare su parecchi fondi di investimento del Medio Oriente (Arabia Saudita, Emirati, Bahrein) e del Sud-Est asiatico (Thailandia, Corea del Sud).
        L’Inghilterra non è e non sarà mai isolazionista nei confronti del mondo. Magari lo sarà nei riguardi dell’Europa, di cui crede, a torto o ragione, (questo lo vedremo tra un po’ di anni), di poter fare a meno. Gli interessi di Londra non guardano verso Berlino o Bruxelles o Parigi, ma sono proiettati verso New York, Pechino, Dubai, Doha, Sidney e cosí via.

  1. L’europa sicuramente gli farà sputare sangue, fossr anche solo per fare della Gran Bretagna un esempio. Ma il mondo è vasto e largo, e non inizia e finisce con Bruxelles; se a Londra riuscissero ad allacciare relazioni con Stati Uniti, Russia e i paesi emergenti non vedo perchè non dovrebbero sopravvivere, e anzi farci mangiare un bel po’ di polvere.

    1. È proprio questa la scomessa inglese: tagliare i ponti con l’Europa (che non rappresenta neanche il 20% del commercio estero inglese) e proiettarsi nuovamente in un’ottica globale.
      Certo Londra guarda innanzitutto agli Stati Uniti e al resto dell’Anglosfera (Canada, Australia e Nuova Zelanda), come partner privilegiati. Tuttavia, la schiera di interessi inglesi si estende fino alla Cina e all’Asia Sud-Orientale, passando per l’Iran e il Golfo Persico.
      Il Regno Unito vuole fare di Londra, che non è piú una città inglese, la capitale mondiale della finanza.

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