16 aprile – Recep Tayyip Erdogan

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Turkish President Erdogan with his wife Emine casts his ballot at a polling station during a referendum in Istanbul
foto via Bdnews24.com

“Se Dio vuole, sono convinto che il nostro popolo deciderà di aprire la strada a un rapido sviluppo. Credo nel senso democratico della mia gente”

Recep Tayyip Erdogan

Si è tenuto oggi in Turchia il referendum costituzionale, in merito al quale, nei mesi scorsi, vi erano state accese polemiche in Olanda e Germania. Le urne si sono aperte alle 7 e si sono chiuse alle 17; il referendum non prevede un quorum, perciò ne deciderà l’esito la maggioranza semplice dei 55 milioni di turchi chiamati a votare (i residenti all’esterno hanno già votato).

Ai votanti è richiesto di approvare o respingere i 18 emendamenti alla Costituzione proposti da Erdogan. Come suggerisce il titolo di un’articolo del New York Times “Erdogan, salvatore o sabotatore della democrazia”, l’opinione pubblica turca è più divisa che mai e gli exit-poll confermano che c’è grande incertezza sull’esito del referendum.

Se approvati, i cambiamenti costituzionali trasformeranno la Turchia da una repubblica parlamentare in una repubblica presidenziale. Tra le modifiche avanzate, vi sono l’abolizione del ruolo del primo ministro e l’assegnazione del potere esecutivo al presidente; quest’ultimo, inoltre, perde il carattere super partes e mantiene l’affiliazione partitica; in più, gli è assegnata la facoltà esclusiva di proclamare lo stato di emergenza e di sciogliere il parlamento. Infine, al parlamento viene tolto il diritto di sfiduciare i ministri ma può mettere in stato di accusa il presidente, se più dei due terzi della maggioranza sono d’accordo.

Ibrahim Kalin, portavoce di Erdogan, ha scritto per la CNN che con la riforma costituzionale la Turchia otterrebbe una “democrazia più resiliente”, capace di garantire maggiore stabilità e perciò sicurezza, ricordando che anche l’Italia ha recentemente votato un referendum per porre fine ai governi di coalizione.

L’opposizione, invece, sottolinea il carattere autoritario degli emendamenti; come ha spiegato l’ex-deputato Ertugrul Yalcinbayir: “non stiamo dicendo che sarà necessariamente un sistema autoritario. Ma questa nuova organizzazione può portare a ciò e non possiamo vivere con questa paura”. Infatti gli emendamenti modificano profondamente i mezzi di controllo e di equilibrio del potere. Il capo dell’ordine degli avvocati Metin Feyzioglu rileva che, per esempio, le sezioni locali del partito del presidente deterranno de facto il potere, dato che il presidente non sarà più super-partes e avrà il potere di ordinare inchieste disciplinari su tutti i funzionari pubblici.

Brett Wilson, professore alla Central European University ed esperto in storia turca, fa notare la “strana situazione” che si è venuta a creare nella Turchia di Ergodan. Anche senza riforma, dice, “il presidente sta già facendo in pratica quello che vuole, sebbene in teoria ci sia un sistema di controllo su di lui”; con la riforma, invece, vengono eliminati anche quei “potenziali” argini sul potere del presidente.

Nel caso vincesse il “No”, scrive il New York Times, è probabile che Erdogan vorrà le elezioni anticipate, per cercare di garantirsi la maggioranza qualificata in Parlamento e far passare le modifiche costituzionali senza necessità di referendum.

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