INTERVISTA – Come facciamo a “sapere” qualcosa?

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di Joe Humphreys, The Irish Times, Irlanda

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foto via Zurnal.unpol.cz

Pubblichiamo la traduzione, da noi curata, di un’intervista al filosofo inglese Timothy Williamsom, professore di Logica dell’Università di Oxford, realizzata da Joe Humpreys per il quotidiano irlandese The Irish Times. L’intervista è uscita il 6 marzo 2017 con il titolo “How do we ‘know’ anything?”: Williamson discute di post-verità, parla della differenza tra opinione e conoscenza e spiega come una parte del mondo filosofico stia di fatto facendo il gioco di Donald Trump.

L’articolo originale fa parte della rubrica di divulgazione culturale “Unthinkable” dell’Irish Times, curata dallo stesso Humphreys.

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Cosa significa dire che viviamo nel “mondo della post-verità”? Significa che un gruppo di bugiardi è ora al potere, è vero, ma anche che il riconoscimento del valore della ragione sta conoscendo una fase di declino. Una tendenza al relativismo – sempre presente nel dibattito pubblico – ha sopraffatto i metodi tradizionali di distinzione dei fatti dalla finzione.

Questo declino è in corso da parecchio tempo, e può essere ricondotto direttamente all’Illuminismo, quando iniziò il discredito della verità oggettiva. L’avanzare del relativismo – la nozione per cui la verità è relativa al punto di vista di ognuno – ha raggiunto un nuovo traguardo in seguito alla recente affermazione della principale consigliera di Donald Trump, Kellyanne Conway, stando alla quale esisterebbe qualcosa come dei “fatti alternativi” (Conway ha addirittura menzionato un’inesistente “strage di Bowling Green” per giustificare lo stop di Trump ai trasferimenti di rifugiati, spiegando poi di avere sbagliato ad esprimersi).

Ad ogni modo, Trump o non Trump, c’è un bisogno urgente di una qualche specie di programma di educazione pubblica alla verità. Poche persone durante gli studi scolastici o universitari hanno ricevuto un’adeguata formazione in logica, e la comprensione da parte dell’opinione pubblica di come si genera la nostra conoscenza è incredibilmente limitata.

Il professor Timothy Williamson, Wykeham Professor di Logica all’Università di Oxford, ha accettato la sfida e ha scritto una introduzione coinvolgente e spiazzante alla filosofia del disaccordo. Tetralogue – I’m Right, You’re Wrong [ne esiste anche la traduzione in italiano, ndt] immagina una conversazione tra quattro persone caratterizzate da visioni del mondo radicalmente diverse e ipotizza come le loro divergenze possano essere risolte, o per lo meno mediate.

Questa settimana, dalla cattedra di Unthinkable, Williamson ha un messaggio non soltanto per i conservatori di strette vedute, ma anche per quei liberali “atei” che ritengono che l’unica conoscenza possibile abbia carattere scientifico.

“La conoscenza non richiede l’infallibilità”, sostiene. “Ciò che richiede è che, in una specifica situazione, tu non possa cadere in errore con troppa facilità”.

Joe Humpreys: Nei dibattiti si dice spesso: “hai diritto alla tua opinione”. Ma è vero che abbiamo questo diritto?

Timothy Williamson: Uno stato totalitario in cui sia illegale avere opinioni non ortodosse è un incubo. Ma pensa a un negazionista dell’Olocausto che, qualora gli venga presentata l’evidenza schiacciante che l’Olocausto è realmente avvenuto, scrolli semplicemente le spalle e dica: “ho diritto alla mia opinione”. Sarebbe sbagliato. Da un punto di vista sia razionale che etico non ha il diritto di ignorare l’evidenza di qualcosa così importante.

Non voglio fare l’evasivo a proposito delle mie opinioni politiche, il voto su Brexit e l’elezione di Trump sono il risultato del fatto che molte persone hanno votato sulle basi di opinioni settarie e male informate che si sentivano in diritto di avere. Brexit probabilmente avrà conseguenze negative per la Gran Bretagna, Trump per il mondo intero. È nella natura delle opinioni innescare le azioni delle persone, in modi che hanno conseguenze sia sugli altri sia su coloro che agiscono, quindi non può essere moralmente indifferente quali opinioni le persone coltivino. È vero tuttavia che non tutte le questioni morali possono essere regolate mediante leggi.

In un punto cruciale del Tetralogue, uno dei personaggi cita Aristotele: “Dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso; mentre dire di ciò che è che è, o di ciò che non è che non è, è vero”. Ritiene che questa strategia sia la chiave per un dibattito pubblico più rigoroso?

Nessuna strategia filosofica può impedire ai politici di raccontare menzogne. Ma alcune posizioni filosofiche di fatto aiutano i politici ad offuscare la distinzione tra verità e falsità. Quando visitai Lima, una donna mi intervistò per un canale YouTube. Mi disse che di recente aveva intervistato un filosofo “postmoderno”. Quando lei, indicando una sedia, gli chiese: “Quella sedia è bianca o nera?”, lui rispose: “Le cose non sono così semplici”. Più i filosofi adottano posizioni oscurantiste di questo tipo, maggiore è la (fasulla) rispettabilità intellettuale che essi attribuiscono a coloro che nel dibattito pubblico cercano di confondere le cose quando vengono scoperti a raccontare bugie. Certo, diverse questioni dell’attualità sono per natura molto complicate, ma questa è una ragione in più per non aggiungerci della complessità artefatta.

L’idea di Aristotele su verità e falsità è semplice, e penso che sia fondamentalmente corretta. Dal momento che non c’è stata alcuna strage di Bowling Green, chiunque dica che c’è stata una strage di Bowling Green sta dicendo il falso, e chiunque dica che non c’è stata sta dicendo il vero, fine della storia.

Ovviamente non è stato a causa del postmodernismo o del relativismo che Trump ha vinto. Queste teorie filosofiche, infatti, sono probabilmente più diffuse tra i suoi oppositori progressisti che tra i suoi sostenitori, molti dei quali forse di tali teorie non hanno mai sentito parlare. Ad ogni modo, coloro che ritengono che distinguere le credenze in vere e false sia in qualche modo un segno di intolleranza dovrebbero rendersi conto che stanno rendendo le cose facili per persone come Trump, dal momento che forniscono loro una sorta di paravento.

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foto via Amherstlecture.org

A prescindere dalla questione dei “fatti alternativi”, come risponde all’affermazione per cui il sapere contiene sempre dei condizionamenti umani e che ci sono degli insiemi di conoscenze alternativi?

Di sicuro tutto il sapere umano riflette le limitazioni di coloro che lo ottengono. Tu conosci cose che io non so e io conosco cose che tu non sai. Ma i nostri insiemi di conoscenze sono alternativi solo nel senso (innocuo) che essi sono differenti l’uno dall’altro. Non sono in conflitto. Ciò che non può accadere è che due insiemi di conoscenze siano reciprocamente in contraddizione.

Per esempio, se tu sai che non c’è stata alcuna strage di Bowling Green, allora Kellyanne Conway non può sapere che ce n’è stata una – nonostante lei possa erroneamente pensare di saperlo. Il motivo sta in un semplice principio logico: se una cosa è saputa, quella cosa è vera. Se qualcuno sa che ci fu una strage di Bowling Green, allora un tale massacro ci fu, e se qualcuno sa che non ci fu alcuna strage di Bowling Green, allora un tale massacro non ci fu. Sebbene noi tutti abbiamo dei condizionamenti cognitivi, questi non influenzano i nostri pensieri allo stesso modo. Possiamo tranquillamente sapere un sacco di cose. Su questioni in cui siamo troppo influenzati [dai nostri condizionamenti], però, possiamo avere solo opinioni, non conoscenza.

La conoscenza richiede delle prove?

Puoi sapere che hai prurito anche se non puoi provarlo ad altre persone. Puoi sapere di avere starnutito dieci minuti fa anche se non sei in grado di dimostrarlo nemmeno a te stesso. La capacità di giustificare a parole le proprie credenze ha a che fare più con il dono dell’eloquenza verbale che con il fatto che uno sappia o meno qualcosa.

Sono ateo, quindi non credo che qualcuno possa sapere che ci sia un dio. Ma il solo fatto che i credenti non possano provare che ci sia un dio non è sufficiente a dimostrare che essi non lo sappiano. Se un dio esistesse, lui o lei potrebbe rivelarsi alle persone, e far sì che esse sappiano della sua esistenza in modi che non permettano loro di fornire prove autonome. Non sarebbe però una cosa banale, perché la rivelazione dovrebbe avvenire secondo modalità che non siano falsate dal preesistente desiderio, fortemente posseduto da molte persone, di credere che un dio ci sia.

In cosa si distingue la conoscenza morale dalla conoscenza scientifica? Come facciamo a conoscere qualcosa dal punto di vista morale?

La maggior parte della nostra conoscenza ordinaria non è come la conoscenza scientifica – è molto meno sistematica, meno ricca di teoria astratta, non è basata su esperimenti o misurazioni. Da questo punto di vista, la conoscenza morale è come il resto della nostra conoscenza ordinaria. Immagina di vedere un ragazzo che deride una ragazza per il colore della sua pelle. Sai che la sta prendendo in giro, e sai che le sta facendo un torto. Ogni pezzo di sapere richiede una capacità di riconoscere un modello astratto all’interno della tua esperienza – il modello della derisione e il modello del fare un torto. Sono modelli molto più sottili da riconoscere rispetto a triangoli o cerchi, ma sei comunque in grado di farlo.

Come mai questa è conoscenza, e non semplice opinione? La conoscenza non richiede l’infallibilità: ciò che richiede è che, nella situazione in cui ti trovi, non rischi di sbagliarti troppo facilmente. Se sei una persona con una certa sensibilità psicologica, non ti sbaglierai troppo facilmente riguardo alla presa in giro dell’esempio precedente. Se hai un certa sensibilità morale, non ti sbaglierai troppo facilmente sul torto subito dalla ragazza.

 

(traduzione a cura di Daniele Conti)

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